Sabato, ore 9:40. Mancano venti minuti al calcio d’inizio e mancano anche due giocatori. Il campo è pesante per la pioggia della notte, l’arbitro non è ancora arrivato e dall’altra parte si scaldano ragazzi che sembrano due anni più grandi dei nostri. Nel frattempo un genitore ti chiede perché la settimana scorsa suo figlio ha giocato solo un tempo.
Chi allena conosce bene questa sensazione: tutto sembra urgente, tutto sembra dipendere da te. In realtà, solo una parte di quello che succede dipende davvero da te.
Una domanda che cambia la partita
Gaur Gopal Das, monaco e oratore indiano, propone una piccola mappa per le preoccupazioni. Hai un problema? Se no, perché preoccuparti. Se sì: puoi fare qualcosa? Se sì, non preoccuparti: agisci. Se no, preoccuparti non lo risolverà comunque.

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Per un formatore questa domanda è uno strumento di lavoro. Serve a mettere le energie dove producono un effetto e a non sprecarle dove non ne producono. E i ragazzi lo percepiscono subito: un allenatore calmo e concentrato su ciò che può fare trasmette sicurezza, uno agitato per ciò che non controlla trasmette ansia.
Cosa NON dipende da noi
Queste cose fanno parte del gioco. Possiamo accettarle, adattarci e andare avanti.
- Le decisioni dell’arbitro. Un fuorigioco non visto, un rigore dubbio. Protestare non cambia il fischio e insegna ai ragazzi che l’errore degli altri non si perdona.
- Il meteo e il campo. Pioggia, vento, erba alta, campo B al posto del campo A. Sono uguali per entrambe le squadre.
- Le assenze dell’ultimo minuto. Malattie, impegni scolastici, una festa di compleanno. Succede a tutte le squadre giovanili.
- Il livello degli avversari. Più grandi, più forti fisicamente, più rodati. Non lo sceglieremo mai noi.
- Il risultato finale. Possiamo preparare la partita al meglio, ma il risultato dipende anche da mille fattori esterni.
- I commenti a bordo campo. Il genitore che urla, l’allenatore avversario che protesta. Non possiamo spegnerli.
- Il calendario e gli orari. Partite alle 9 di mattina, trasferte lunghe, turni ravvicinati: li decide la federazione.
Cosa dipende da noi (ed è tanto)
Qui va messa tutta la nostra energia. È anche il cuore del lavoro di un formatore.
- La preparazione dell’allenamento. Arrivare con un piano chiaro, gli esercizi pronti e un’alternativa se il campo è ridotto o mancano giocatori.
- Il nostro atteggiamento. Tono di voce, linguaggio del corpo, calma nei momenti difficili. I ragazzi guardano noi prima ancora del pallone.
- Come reagiamo agli errori. Un passaggio sbagliato può diventare un rimprovero o un’occasione per imparare. La scelta è nostra.
- La comunicazione con le famiglie. Spiegare all’inizio della stagione come gestiamo minutaggio e convocazioni evita tante domande a bordo campo.
- La gestione del gruppo. Chi gioca, quanto gioca, in che ruolo, come ruotiamo: sono decisioni nostre, da prendere con criteri chiari ed equi.
- L’esempio verso l’arbitro e gli avversari. Una stretta di mano a fine partita vale più di qualsiasi discorso sul fair play.
- Il feedback dopo la partita. Cosa è andato bene, su cosa lavoriamo in settimana. Il risultato si commenta in dieci secondi, la crescita in dieci minuti.
- La puntualità e l’organizzazione. Convocazioni chiare, materiale pronto, orari rispettati: piccole cose che tolgono tensione a tutti.
Alcune situazioni concrete
Mancano due giocatori a dieci minuti dall’inizio.
Non dipende da noi: le assenze. Dipende da noi: riorganizzare la formazione con calma, dare più spazio a chi c’è, e magari scoprire che quel ragazzo che gioca sempre in difesa si trova benissimo a centrocampo.
L’arbitro annulla un gol regolare.
Non dipende da noi: la decisione. Dipende da noi: come la viviamo davanti ai ragazzi. Un “andiamo avanti, ripartiamo” detto con serenità insegna più di qualsiasi protesta.
Siamo sotto 0-5 al primo tempo.
Non dipende da noi: il punteggio. Dipende da noi: il discorso nell’intervallo. Fissiamo un obiettivo raggiungibile per il secondo tempo, ad esempio tre passaggi di fila prima di tirare, oppure non mollare mai un pallone. Il risultato cambia poco, ma i ragazzi tornano in campo con qualcosa su cui concentrarsi.
Il campo è inagibile e l’allenamento salta all’ultimo minuto.
Non dipende da noi: la pioggia. Dipende da noi: avvisare subito le famiglie e, se possibile, proporre un’alternativa, ad esempio un’attività in palestra o un recupero.
Un genitore critica le scelte a bordo campo.
Non dipende da noi: il suo stato d’animo in quel momento. Dipende da noi: non rispondere a caldo e proporgli di parlarne con calma dopo la partita o in settimana. Se serve, coinvolgiamo il Responsabile Tecnico.
Un ragazzo sbaglia il rigore decisivo.
Non dipende da noi: quel tiro. Dipende da noi: cosa gli diciamo un secondo dopo. Una mano sulla spalla e un “ci hai messo il coraggio” può valere un’intera stagione.
Leggerezza non vuol dire superficialità
Prendere le cose con leggerezza non significa che non ci importa. Al contrario: significa scegliere bene dove mettere l’impegno. È lo stesso spirito con cui la RBC vive il calcio giovanile, insieme ai principi della Carta etica dello sport: il risultato conta, ma conta di più la crescita dei ragazzi, il rispetto e il piacere di stare in campo insieme.
Lo stesso messaggio lo abbiamo condiviso anche con le famiglie, nell’articolo “Perché preoccuparsi? Una domanda semplice per vivere il calcio con leggerezza”. Parlare la stessa lingua, genitori e formatori, aiuta tutti.
La prossima volta che in panchina sale la tensione, fermati un attimo e chiediti: posso farci qualcosa? Se sì, fallo. Se no, lascia andare e torna su ciò che conta davvero: i tuoi ragazzi.
Forza RBC!
Fonte e ispirazione: Gaur Gopal Das, “Do you have a problem in life? Then why worry” (YouTube).

